Come ricevuta dal Signore

«Verità vuole
che lei, colpo di vento
stesse al suo balcone
nel suo corpo
salivando e attendendo

ed io per parte mia
con un’orchestra
come sola buona compagnia
salissi per un bacio deflorato
per un tempo
neanche ben pagato
eh, io sì
io sì

L’amore dura
quel che deve durare
consacrato e misurato
da un orologio elementare
ma io che ho caro quel che è mio
e la domanda come la risposta
vivevo tutto questo
come dietro ad una porta
solo un po’ discosta

Perché è così che la gente vive
perché è questo che la gente fa
perché è così che ci si insegue
per un morso di immortalità
è il meccanismo ottuso
di un orologio falsoamericano
che misura il tempo e tempo non c’è più
ma fermava il tempo se passavi tu

Verità vuole
che lei, labbra grosse
restasse impigliata alla mia bocca
più di quanto volesse
di questo mi ricordo
e poco d’altro
del suo sguardo
lampeggiante a ore
e che svanì dentro al mondo
sorridendo
come ricevuta dal Signore

La rabbia e l’amore
s’imparano gratis
se proprio non c’è niente altro
da dividersi
e noi
immobili nel cielo
lucidochimico
di una fotografia
perché niente è come niente
niente è un’orgia dolorosa
è tempo squadernato
e via

Ma è così che la gente vive
è questo che la gente fa
è così che ci si insegue
per un morso di immortalità
è il meccanismo ottuso
di un orologio falsoamericano
che misura il tempo e tempo non c’è più
ma fermava il tempo se passavi tu».

Ivano Fossati, «L’orologio americano», dall’album «Macramè», 1996

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Frazione Goregge, Gubbio, agosto 2018
© Donata Cucchi

Ci vuole un fisico bestiale

«Ci vuole un fisico speciale
per fare quello che ti pare
perché di solito a nessuno
vai bene così come sei

Tu che cercavi comprensione sai
ti trovi lì in competizione sai

Ci vuole un fisico bestiale
per resistere agli urti della vita
a quel che leggi sul giornale
e certe volte anche alla sfiga

Ci vuole un fisico bestiale sai, speciale sai
anche per bere e per fumare

Ci vuole un fisico bestiale
perché siamo sempre ad un incrocio
sinistra, destra oppure dritto
il fatto è che è sempre un rischio

Ci vuole un attimo di pace
di fare quello che ci piace

E come dicono i proverbi
e lo dice anche mio zio
mente sana in corpo sano
e adesso son convinto anch’io

Ci vuole molto allenamento
per stare dritti controvento

Ci vuole un fisico bestiale
per stare nel mondo dei grandi
e poi trovarsi a certe cene
con tipi furbi ed arroganti

Ci vuole un fisico bestiale sai, speciale sai
può anche fare molto male sai

Ci vuole un fisico bestiale
il mondo è un grande ospedale
e siamo tutti un po’ malati
ma siamo anche un po’ dottori

E siamo tutti molto ignoranti sai
ma siamo anche un po’ insegnanti sai

Ci vuole un fisico bestiale
perché siam barche in mezzo al mare»

Luca Carboni, «Ci vuole un fisico bestiale», dall’album «Carboni», 1992

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Grado, luglio 2018
© Donata Cucchi

Gli angeli

«Essi sono, sempre, anche altrove; la loro mente, i loro talenti e le loro aspirazioni appartengono in larga misura, appunto, all’Aldilà, a quel versante dell’universo, cioè, in cui tempo e spazio hanno altre leggi, e l’intuizione corre più rapida e fa scoprire cose strane. A un certo punto della loro vita i La’awiyah potranno, per esempio, accorgersi tutt’a un tratto di sapere cose che non hanno mai imparato, o di ricordare avvenimenti che non hanno vissuto» (Igor Sibaldi).

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Grado, luglio 2018
© Donata Cucchi

Quindi, la speranza.

«Perché sognare un quarto d’ora di celebrità se potevi prenderti dieci o venti ore al centro dell’universo? E la bellezza. Potevamo creare ovunque la bellezza: in ogni tavolaccio, sotto ogni cavalcavia, poteva sgorgare una fonte di meraviglia. […] E non parlo solo dei posti dove andavamo: il fatto che andassimo in alcuni faceva sì che tutti, in potenza, custodissero la bellezza. Quindi, la speranza».

Vanni Santoni, «Muro di casse», Laterza 201535812535_10157508339639745_633351403774935040_o
Crevalcore, aprile 2018
© Donata Cucchi

sta nel corpo risvegliato

Mi arrivano, gli alberi, misteriosi come le parole della canzone «Ma chi ha detto che non c’è?», di Gianfranco Manfredi, un ambiguo tuffo nel ’77. Che cos’è che sembra mancare e invece c’è? Nel calore del tuo senoSta nel sogno dei teppisti e nei giochi dei bambiniNella fabbrica desertaSta nel mitra lucidato, anche. Sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano. E poi, durissimo: e tirare i sampietrini nell’incendio di Milano. È la vita con il suo struggente, violento, multiforme richiamo.

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La vita per me è tenera in questo autunno dolcissimo.
Ho fatto tanto spazio. Ho rinunciato per capire fino a che punto si può portare la sottrazione – fino a che punto, se intanto resta la fiamma. Ora, ora che sono approdata in un posto per me, come un’onda – però mondata – torna tutto quello che del mondo ho amato. E mi risveglio come creatura terrena, ambiziosa, viva.

voleva di meno

«Non voleva di più, voleva di meno. Era questa la cosa che suo marito non riusciva a capire. Solitudine, distanza, tempo, lavoro».

Don Delillo, «Underworld», trad. Delfina Vezzoli, Einaudi 1999

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Ph. Donata Cucchi, 2017