anche qui abitano gli dei

A dirlo suona un po’ così e a scriverlo ben peggio, ma me ne frego e la sparo: di recente ho capito una cosa: che per me fotografare è pregare.

Il 2018 (e noi)

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Io e la mia socia, qui, che vedo come il mio demone, siamo arrivate al 2018 e guardiamo la sua alba curiose – oltre a guardarci a vicenda, un po’ con simpatia, un po’ con cautela, perché un demone è esigente e se non lo accontenti si vendica e scatena.

Da quando c’è lei son più forte – l’arte è così, ti rafforza anche quando è un po’ deformata, un po’ mostro come è mostro questa mia compagna. Rafforza perché nutre, perché abbiamo bisogno di respirare il compimento essenziale di un’espressione, di una personalità. Il foglio si cui è disegnata è piccolo, ma la sua faccia immensa sembra la testa di una medusa curiosa. I capelli non sono serpenti: sono inchiostro, cioè sangue. È tutta occhi e naso. Ecco, il naso è l’unico elemento che sul mio viso non ritrovo: ho il naso stretto, io. Forse dipende dalla foto da cui viene il ritratto, forse è la libertà di cambiare che si è preso l’artista. Forse in quel naso largo c’è la mia voglia di prendere il mondo sotto forma di aria, con avidità spirituale, ché l’aria arriva al sangue prima del cibo, dà alla testa di più.

Il mio demone mi fa sorridere e mi fa paura. Ho provato ad appenderlo in certi punti della casa, ma poi capivo che erano sbagliati. Mi allontanavo un po’, lei era lì con quella faccia lunga che sembra esplodere. Allora tornavo indietro – mamma mia, tranquilla, da lì ti tolgo – la poggiavo sul divano, lei si tranquillizzava. E tornavo a notare la dolcezza di un filo di inchiostro che le scende dall’occhio, perché – come tutti, tranne gli dei – anche lei sa piangere.

La mia socia dalla testa grande è il demone che ho dentro, inquieta e cangiante, fortissima e a volte spaventosa. Eros, secondo Socrate (cioè secondo il Simposio di Platone), non è un dio, è un demone, figlio di Poros e Penìa. Poros è la risorsa, la capacità di trovare soluzioni, Penìa è la carenza, la povertà che ci spinge ad andare, che morde come fame, che mai ci vede sazi.

Che il 2018 renda grazie all’arte, ai demoni, a Eros e ai doni rivelatori.

[Il disegno è del super talentuoso Manuel Di Pinto]

 

 

 

how far the morning leaps

«Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino –
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi.

Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti – quanti passetti
fa la tartaruga –
Quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa.

E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro.
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una.

Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori.
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa –
per volare via – in pompa magna».

Emily Dickinson, 1859 circa, trad. di Gabriella Sobrino

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Crevalcore, dicembre 2017

inkiostro

È stato autoritratto, prima di tutto. È stato capelli, braccia, mani. È stato pelle.
È stato speranza, è stato guerriero.

Dendrite, petalo, cavillo e dettaglio. Luce e ombra, farfalla, moneta d’oro.

E adesso inchiostro. Sì, inchiostro nell’acqua è oggi l’albero mio, chiave di tutti i mondi possibili. Quando si dice: scegli una cosa, entraci dentro. Ché tutto può essere porta.

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tempi d’oro

– Ora andiamo, che la calura si è fatta più mite.
– Ma non è giusto pregare gli dei di qui, prima di incamminarsi?
– Come no.
– Caro Pan, e voi altri dei che siete qui, datemi la possibilità di diventare bello in ciò che ho dentro, e quel che ho fuori sia in armonia con ciò che ho dentro.
Ricco io ritenga il sapiente, e che io possa avere una quantità di oro quale non potrebbe prendere e portar via nessun altro, se non il temperante.

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Abbiamo bisogno di altro, Fedro? Per me si è pregato nella giusta misura.
– Prega anche con me per tutto questo. Infatti, sono comuni le cose degli amici.

Platone, «Fedro»