25 novembre

Oggi è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Ieri sono stata dal mio stampatore, l’impareggiabile Mimmo di Fina Estampa, per fare delle prove di stampa su questa foto. L’appuntamento l’avevo preso un po’ di tempo fa e alla giornata di oggi, così importante, certo non pensavo. Le prove non mi soddisfano fino in fondo, non ho ancora trovato una carta e una dimensione giuste. Però mi è chiaro ciò che l’immagine significa.

Questa non è una vagina.

La mia Socia sembra

La mia Socia sembra una scienziata fotografata al MIT.
Invece è un medico avventuroso al parco del Cavaticcio.

Rossella.
Bologna, novembre 2020
© Donata Cucchi

Credevo

È uscita adesso un’intervista, risalente a metà maggio, a proposito della mia foto vincitrice del contest Letizia Battaglia – Persone.
Alla fine di maggio, la persona che avevo fotografato – un uomo raro per verità e umanità – ha perso la vita in montagna.

Ora questo articolo mi lascia smarrita, tanto più che inizia con la frase di Nan Goldin che tanto mi è di ispirazione: «Credevo che non avrei perso nessuno, se lo avessi fotografato».

#contestletiziabattaglia #persone

letiziabattaglia

In un momento così duro per il mio Paese e le persone che ho intorno, mi prendo tutta la gioia che posso dall’essere tra i tre vincitori, insieme a Ornella Mazzola e Marco Milesi, del #contestletiziabattaglia #persone.

Ringrazio la giuria, composta da Letizia Battaglia, Francesca Alfano Miglietti e Denis Curti.

Qui l’annuncio su The Mammoth Reflex

Questa è un’immagine del 2018, scattata alla fine di una sessione di pratica teatrale, in un luogo straordinario nelle campagne di Gubbio, in agosto. Lui è Pier Paolo, un mio compagno d’arte. Questa immagine l’ho chiamata «il Messaggero», perché quella mattina lui andava ripetendo la parte del messaggero ne Le Fenicie di Euripide («Capaneo. Come faccio a spiegarti cosa ha fatto Capaneo?»). Pier Paolo è una persona molto facile da fotografare, un volto cinematografico, neorealista, raro in questi tempi vanesi. Ma non fotografai solo lui quel giorno e posso dire che tutti i ritratti che scattai quella mattina emanano qualcosa di puro.

Parte dell’attenzione che richiede questa arte è nel guardare, nel riconoscere e nell’aspettare. Aspettare che i tempi siano saturi, portatori, fecondi. E provare allora a restituire.

Sono felice di questo riconoscimento, perché mi conferma su una strada che non è reportage e non è estetizzazione della figura umana, ma è ricerca di una bellezza nuda e sincera, che per me coincide con il senso dell’arte.

«Delfi»

Questo ulivo si chiama Delfi.

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Bologna, settembre 2019
© Donata Cucchi