E intanto

Mentre MariAperti si lascia dietro un riverbero di telefonate, sorrisi e stampe richieste, io festeggio tra me e me la fine di questo bel progetto, ciò che mi ha insegnato, la bellezza che ho visto passare dalle opere a chi le ha cercate, apprezzate, sentite.

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(E intanto, per caso, una sera di queste nasce l’idea per un progetto nuovo – “che cossè l’amor” si chiamerà – dove l’amore sarà incarnato da due inseparabili poltroncine da cinema e avrà molto a che fare con l’evocazione della sua mancanza).

gli piaceva e se l’è portata via

«Ti ho venduto una foto, spero non ti dispiaccia».
«Ah!»
«Stamattima, è venuto un signore, gli piaceva e se l’è portata via».
«Quale?»
«Quella dietro l’angolo».

Cioè questa:

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«Mari Aperti». Wasteland, Namibia (2009).

E fu così che, con l’acquisto di «Mari Aperti», si concluse la mostra MariAperti, in una pallida fredda luminosa giornata di ottobre.

Quel confine tra noi e quello che ci inghiotte

Quel confine tra noi e l’Oltre, volevo scrivere. No, troppo religioso. Tra noi e la Cosa. Mh. Una frontiera? Quella è connotata, oggi come oggi, è esatta. Tra noi e la vita? Indifferenziato, generico. E ancora. Cos’è quel mare? Quanto piccole sono le figure sulla riva? Cosa fanno, che si aspettano?
Quel mare, quel mare ci inghiotte.

11«Bordi». San Francisco, California, US (2008).

le opere non hanno didascalie

Fissate su cartone, un filo di spago le aggrappa, sul muro, ai chiodi.
Bello sarebbe stato su quel cartone scrivere, con una matita grassa, quello che delle opere resta da dire: il loro nome (ce l’hanno); il luogo di scatto, l’anno; le dimensioni; il costo; insomma, le didascalie. Però non so disegnare – il che  si porta anche, in un certo senso, l’assenza di una calligrafia bilanciata, armoniosa, da riprorre su ogni pezzo uguale.

 

«l’arte accade, come la vita»

Nel romanzo «Kassel non invita alla logica» l’autore, Enrique Vila-Matas, racconta della sua bizzarra esperienza a Documenta, la mostra d’arte contemporanea che si tiene ogni cinque anni a Kassel. Convinto a partecipare dalle affascinanti curatrici e dalle loro altrettanto affascinanti assistenti, il suo contributo dovrebbe consistere nel sedere ogni giorno al tavolo di un ristorante cinese a scrivere, cioè a rappresentare quell’opera d’arte che è l’essere uno scrittore. La cosa gli riesce il giusto, anzi direi per nulla, ma poco importa. Nei giorni stralunati di quell’estate 2012 (c’ero anch’io in realtà, quell’anno, a Kassel, stordita come il più dilettante dei visitatori!) Vila-Matas scopre un po’ di cose sull’arte, ma, soprattutto, che l’arte non è una cosa: «l’arte» piuttosto «accade, come la vita».

Io non sono Vila-Matas e Bologna, dal canto suo, non è Kassel (tra l’altro, per fortuna). Però anch’io, un giorno sì e l’altro pure, sarò probabilmente seduta al tavolino di un ristorante, diciamo all’Estravagario di via Mascarella, a rappresentare l’artista-di-fianco-alle-sue-opere. Artista felice, più di Vila-Matas nella stessa situazione.