La decima opera, quella che non c’è.
«Un mare nero». Walvis Bay, Namibia (2009).
Non so cosa fa l'arte alle persone che la guardano, ma salva quelle che la fanno, Maurizio Cattelan (da «33 artisti in 3 atti», Sarah Thorton, Feltrinelli 2015)
La decima opera, quella che non c’è.
«Un mare nero». Walvis Bay, Namibia (2009).
Fissate su cartone, un filo di spago le aggrappa, sul muro, ai chiodi.
Bello sarebbe stato su quel cartone scrivere, con una matita grassa, quello che delle opere resta da dire: il loro nome (ce l’hanno); il luogo di scatto, l’anno; le dimensioni; il costo; insomma, le didascalie. Però non so disegnare – il che si porta anche, in un certo senso, l’assenza di una calligrafia bilanciata, armoniosa, da riprorre su ogni pezzo uguale.

«Rare tracce». Skeleton Coast, Namibia (2009).
Nel romanzo «Kassel non invita alla logica» l’autore, Enrique Vila-Matas, racconta della sua bizzarra esperienza a Documenta, la mostra d’arte contemporanea che si tiene ogni cinque anni a Kassel. Convinto a partecipare dalle affascinanti curatrici e dalle loro altrettanto affascinanti assistenti, il suo contributo dovrebbe consistere nel sedere ogni giorno al tavolo di un ristorante cinese a scrivere, cioè a rappresentare quell’opera d’arte che è l’essere uno scrittore. La cosa gli riesce il giusto, anzi direi per nulla, ma poco importa. Nei giorni stralunati di quell’estate 2012 (c’ero anch’io in realtà, quell’anno, a Kassel, stordita come il più dilettante dei visitatori!) Vila-Matas scopre un po’ di cose sull’arte, ma, soprattutto, che l’arte non è una cosa: «l’arte» piuttosto «accade, come la vita».
Io non sono Vila-Matas e Bologna, dal canto suo, non è Kassel (tra l’altro, per fortuna). Però anch’io, un giorno sì e l’altro pure, sarò probabilmente seduta al tavolino di un ristorante, diciamo all’Estravagario di via Mascarella, a rappresentare l’artista-di-fianco-alle-sue-opere. Artista felice, più di Vila-Matas nella stessa situazione.
29 agosto – 8 ottobre 2016
MariAperti
9 scatti dove il MareAperto è una forma dello spazio e dell’avventura, il luogo aperto che accoglie tutti, l’orizzonte che chiede di andare, l’apertura in cui viviamo e incontriamo persone e cose, il vuoto necessario perché il presente si riversi in noi.
Questi mari sono oceani di terra e di sabbia, prima ancora che di acqua, perché il nostro mare aperto è qui, lo tocchiamo, lo siamo.
Presso Estravagario, caffè equo-solidale
via Mascarella 81/H, Bologna

9 opere montate ieri, un pomeriggio di fine agosto, al caffè e ristorante equo-solidale Estravagario.
Il lavoro di allestimento è sapiente grazie a Lucio.
Io faccio del mio meglio, ma sono distratta dalla contentezza, perché questa mostra è nata sotto una stella e un’energia buone.
© Rossella Hakim
10 scatti (che diventeranno 9) 50 x 75, su cartone 75,5 x 102,5 circa.
Per appenderli, uno spago passa attraverso due fori, fatti con un cavatappi.
Poi ci vorranno martello e chiodi – ma non ora, ora è venerdì sera, l’ultima sera a casa.
La mostra si chiama MariAperti, anche se nelle foto sono presenti sempre anche il deserto, la sabbia, la terra. A volte, c’è solo la terra. Ma non importa, il mare aperto è una forma dello spazio – e anche dell’avventura – prima ancora che un abisso d’acqua. L’acqua lo rende solo più attraente, più pauroso.
Paesaggi, deserti, mari, uno spazio vuoto – l’unico spazio fertile, l’unico possibile per accogliere ciò che vuole riversarsi in noi.

© Francesca Trippa
Mi preparo a esporre alcuni scatti all’Estravagario, caffè equo-solidale e ristorante biologico in via Mascarella 81/H, a Bologna. Le opere resteranno in esposizione un mese, pare. Dico “pare” ché sono scaramantica.